Alessio Vailati, poeta. Tra natura e interiorità

– recensione di Federico Migliorati – 

Per interpretare la poesia di Alessio Vailati, giovane e affermato poeta brianzolo che ha da poco dato alle stampe “Il moto perpetuo dell’acqua” per la casa editrice “Biblioteca dei Leoni” (con ampia prefazione di Paolo Ruffilli), è necessario partire dalla domanda posta in chiusura dei primi versi della silloge: “Gli occhi stanchi troveranno mai pace/ dai riflessi, dagli echi imperscrutabili/ delle nostre travisate identità?”.

L’interrogativo che l’autore rivolge a se stesso, richiede in re ipsa una risposta oltremodo complessa nel suo prodursi e finisce per ‘tessere’ come un fil rouge tutta l’opera, caratterizzata da una resa attenta del dire, ove spicca l’endecasillabo e nel quale si rinvengono diverse figure retoriche a partire dal chiasmo utilizzato qua e là per gestire lo snodarsi del racconto di vita: l’occhio del poeta è stanco, non tanto per una sorta di deprivazione della volontà quanto, a noi pare, a seguito di un prolungato sguardo, felice e pesante al tempo stesso, che promana dai guizzi costanti che il verso enuclea.

Il poeta osserva con perizia gli screziati “riflessi” (le sfaccettature dell’esistenza soggetta a innumerevoli mutamenti), termine che rinveniamo in più occasioni in questo lavoro acuto che spazia tra mare, lago e terra, tra il flutto talvolta burrascoso e la solidità materiale, tra osservazione e visione interiore, tra dirupi di senso e riconquistate speranze non tralasciando in filigrana tracce di sé. Così dobbiamo soffermarci sul rumore, sull’eco imperscrutabile, impossibile da decifrare per quanto presente nella mente, che erompe deciso a ricordarci le nostre multiformi identità, le camaleontiche sembianze, le maschere pirandelliane che siamo costretti (o talvolta volutamente indotti) a indossare nel quotidiano esistere.

La poesia di Vailati si nutre di acqua, di terra, di distesa marina infinita, di sabbia e di scoscendimenti, tutti elementi che di primo acchito potrebbero condurci verso quei territori rinsecchiti dall’arsura tipici della Liguria montaliana (con anche qualche stilema del genovese) o sbarbariana, ma finiremmo per apparire riduttivi se ci limitassimo a scoprire in ciò puramente e semplicemente una sorta di eco (nuovamente l’eco che aggetta sul rigo) di retaggi letterari pur elevatissimi: il poeta monzese ritorna sovente sui suoi passi ponendosi interrogativi, come quello già sopra menzionato, destinati a ciascuno di noi ché il suo incerto peregrinare è quello di tutti e la poesia può, nel buio del tempo, fornirci una qualche scialuppa di salvataggio se cogliamo le pepite che Caproni immaginava essa potesse portare alla luce quali tesori preziosissimi. L’occhio umano, “stanco”, fatica a cogliere l’immensa bellezza e nella finitudine vede che “si sbriciola il tramonto” mentre tutto si fa silenzio attorno alle nostre “stanche vite”.

In questo moto perpetuo dell’acqua, se il disincanto si staglia come sentimento precipuo accanto alla disillusione, permane una speranza sincera pur nella consapevolezza che essa deve misurarsi con la limitatezza della condizione umana, di una “vita lacerata” mentre “il tempo sospeso si ripiega dentro il vuoto”.

Mito e leggenda, Verità ultima, ombre come luci condensate nutrono i contenuti dei tre racconti brevi che nell’Intermezzo separano con abile escamotage i versi della prima e della seconda parte con successivo epilogo. Si noti, in chiusura, il lessico oltremodo ampio di Vailati il quale sa comporre un mosaico linguistico di pregevole fattura recuperando dall’alta poesia termini o verbi quali “sempiterna”, “embrici”, “rabberciato”, “ebrietà”, “disbroglia”, desueti in tempi di una scrittura prêt-à-porter incanalata sterilmente con faciloneria in mondi digitali. Siamo di fronte a un dire vero e sincero che denota una maturità ormai acquisita per un autore fecondo e acuto da cui è lecito attendersi nuove abbacinanti e illuminanti scritture.

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