TUTTO PER CASO?

  • di Silvia Valentini – 

“Un caso che finisca bene è Provvidenza, un caso che termini male è destino.“ 

 – Knut Hamsun scrittore norvegese 1859 – 1952 – 

Una donna è in piedi davanti al cancello di una casa.

La sua auto alle spalle, il motore acceso. È una classica villetta di paese della campagna lombarda, un solo piano, ben tenuta, intonaco senape, tendine alle finestre. È circondata da molte sue simili, in quella che pare una piccola frazioncina. Di particolare c’è che nel giardinetto, dentro ad una aiuola piena di fiori, campeggia una enorme statua della Madonna in splendente marmo bianco.

È quasi l’una, di un assolato ed afoso giorno d’estate. A parte il lisergico, ritmico, borbottare del motore alle sue spalle e i rumori della natura, il posto sembra disabitato. Forse sotto incantesimo. Forse una giovane ragazza si è punta il dito con un ago e tutti dormono, da cento, mille anni, pensa la donna. 

È perplessa. Un indecifrabile e rocambolesco disegno l’ha appena portata lì. Ma lei non sa proprio come decifrarlo, né che cosa fare. Sta per tornare in auto quando la porta della casa si apre ed appare una sagoma. Difficile distinguerla nell’ombra. 

“Cerca qualcosa?”, chiede con voce gentile. Lungo la schiena della visitatrice veloce come un lampo corre un brivido gelido. Qualche luna fa. Qualche strano tempo, qualche capello grigio, qualche stranezza fa, quella donna ferma davanti al cancello ero io.  Solo poche ore prima la mia esistenza procedeva lungo i soliti binari. 

La riunione di redazione si era svolta come di consueto. Le chiacchiere, le idee, le proposte, gli scambi di vedute. Ad ognuno un compito. A me era toccato un dossier, a puntate, sulle apparizioni mariane delle Fontanelle di Montichiari, famose quanto Fatima, con tanto di guarigioni miracolose, acque di luce, fenomeni solari ed un importante seguito di fedeli provenienti da tutto il mondo.   

Un argomento affascinante al quale decisi immediatamente di dedicarmi con grande interesse e inamovibile agnostica mentalità. 

Avevo letto la storia e la biografia della veggente, Pierina Gilli. La sua vita “ difficile” (trovare un veggente dalla vita semplice è praticamente impossibile). Avevo fissato vari appuntamenti e iniziato quel lavoro certosino di ricostruzione dei fatti e degli eventi che mi avrebbe consentito di confezionare un dossier articolato e documentato che, come sempre, speravo potesse catturare l’interesse dei lettori tanto quanto il mio.

A margine dell’enorme mole di materiale su cui lavorare e riflettere, da qualche giorno però mi ossessionava una boutade del direttore della rivista. Una piccola annotazione detta quasi per cèlia. Decisi così di fare un sopralluogo, partendo proprio dal cimitero. Una veloce incursione in tarda mattinata giusto per dare un’occhiata di persona ai luoghi della storia e vedere dove mi portavano eventuali indizi ed intuizioni alternative. 

Segui i cartelli, gira di qui, gira di là, chiedi indicazioni, finalmente arrivo all’entrata del cimitero: è chiuso. n internet c’era scritto: “orario continuato…”. Vabbè, mi dico, a questo punto vai al santuario. Poco più in là la strada è interrotta. Ci sono i lavori in corso. Una ruspa enorme, in pachidermico movimento, impedisce il passaggio. Attendo che finisca il suo compito e che lo spartitraffico umano mi faccia segno di andare. Lo avvicino e dal finestrino abbassato gli chiedo indicazioni per il Santuario. Il tizio sgrana gli occhi e mi fissa con sguardo perplesso, impolverato e stanco. È palese che non sappia neppure di cosa si tratti, in compenso, mi suggerisce gentilmente di andare dritto; forse, più avanti, qualcuno mi avrebbe potuto dare maggiori indicazioni. Proseguo fra ali di cipressi e campi assolati guardandomi intorno alla ricerca di esseri umani a cui domandare. Sembra impossibile ma all’epoca, non esistevano ancora i vari Google Maps e il mio navigatore GPS, defunto da tempo immemore, giaceva, in attesa di essere buttato, in qualche anfratto della macchina. Così almeno credevo. All’improvviso, nell’abitacolo dell’auto, una voce maschile, metallica, facendomi sobbalzare dallo spavento, afferma risoluta: “destinazione raggiunta!”. Ho le traveggole. Mi guardo intorno. Il telefono è nella borsetta, la radio è spenta, non ho il navigatore:  chi ha parlato? La voce ripete: “Destinazione raggiunta!”. Mi guardo intorno e vedo solo case sparse, villette. Forse ho le allucinazioni. Raggiungo uno slargo utile per girare l’auto e vedo, poco più in là, un piccolo emporio, abbarbicato nel nulla assolato (nei miei ricordi di oggi una specie di Baghdad Cafè). Ancora perplessa per l’accaduto lo raggiungo, parcheggio, entro al volo nel negozio (prima che mi si chiuda in faccia pure quello), compro una bottiglietta d’acqua fresca (vuoi mai che il caldo mi giochi brutti scherzi?) e chiedo di nuovo indicazioni per il Santuario. La signora, gentilissima, mi dice che è da tutt’altra parte ed esce in strada con me per darmi meglio le informazioni.

“Guardi”- dice, indicandomi a gesti la direzione – “deve tornare indietro e poi girare a destra” – poi si interrompe e mi guarda –  “lei sa di essere passata davanti alla casa della veggente vero?”.

“No”. rispondo perplessa.

“Si, si, è proprio laggiù, dove e’ passata lei! C’è una grande statua della Madonna in mezzo al giardino. Come ha fatto a non vederla?”.

 “Non l’ho proprio vista. Grazie, grazie, infinite”- le dico – “Andrò subito a vedere!”.

“ Si, poi prosegua fino  all’incrocio e poi…”. 

Non la sto più  ascoltando.

Salgo in auto e ritorno sui miei passi, procedendo lentamente, guardandomi intorno alla ricerca della statua. La voce nell’abitacolo si risveglia di nuovo: “destinazione ragg…” e s’interrompe all’improvviso. Sono davanti al cancello di una villetta. 

A quel punto mi fermo e comincio a cercare il benedetto navigatore defunto, una di quelle cose che oramai appartengono all’archeologia tecnologica. “Tom Tom”, si chiamava, credo in onore dell’azienda olandese che lo produceva. Lo trovo sotto al sedile del passeggero, fra pezzi di macchinine (di mio figlio) e briciole di merendine. Lo estraggo dalla custodia di stoffa. È acceso. Un indirizzo indicato nel quadrante: “Via…”.

È questa. È solo un attimo. Un secondo dopo esala l’ultimo respiro e spira fra le mie mani. Di nuovo inerte, di nuovo rotto, di nuovo da buttare. Inutile cercare di rianimarlo. Neppure ho i cavi o le pile adatti.  

Scendo dall’auto, ho quasi paura, ma mi faccio coraggio. La lascio accesa per non so quale ancestrale istinto di fuga. Mi avvicino circospetta. La casa sembra disabitata. Tutto, lì intorno, sembra disabitato. Forse sono entrata in una bolla spazio temporale. Forse quel sole che picchia e arroventa l’asfalto tanto da far tremolare il paesaggio, gioca brutti scherzi. Vedo la statua della Madonna. Un blocco di marmo che ne deve aver viste di cose “strane” in quel fazzoletto di verde: gente adorante, miracoli del sole, la pioggia di pulviscoli dorati, come narravano le cronache che avevo appena letto. Sembra osservarmi sorniona.  Non so cosa fare. Sto per andare via quando, all’improvviso, la porta d’ingresso della casa si apre e, come in un thriller (ma senza sinistri cigolii), una donna emerge dall’ombra e mi dice: “Cerca qualcosa?”. Ricordo che mi venne in mente quella frase di Lèon Bloy che diceva che il caso non è altro che la Provvidenza degli imbecilli. Così ho aperto il cancello e le sono andata incontro. 

**per i più curiosi la donna era una nipote della ormai defunta veggente (straordinariamente somigliante). Era  lì per caso, mi disse. “Io pure”. Le risposi. “Vuoi mai, inseguivo un’idea balzana, ma ho trovato chiuso. Poi cercavo un santuario e ho trovato una strada interrotta, una apparecchiatura rotta che non ricordava di esserlo, un emporio nel nulla e una donna che mi ha ricordato di guardare meglio e, infine lei che, senza saperlo, era lì per incontrarmi”.

***L’inchiesta su Pierina Gilli e le Fontanelle è poi uscita in due puntate, sulla  rivista “12 Mesi”, diretta da Roberto Barucco, per il gruppo Sale’s Solutions.

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