CLASSE 2002

Ha diciannove anni. Classe 2002. Figlia di amici.
Lunga chiacchierata sul futuro, il lavoro, le prospettive. È rilassata, tranquilla, determinata. Ha diciannove anni e le idee molto chiare. Non posa, non si atteggia, ci crede. Ha le sue amiche, gli amici. Vuole sperimentare, viaggiare per studiare o studiare a margine d’un viaggio, crescere culturalmente. Si sente cittadina europea. Italiana, europea. Social, smartphone, mondo vero, mondo digitale, idee virtuali, futuri liquidi. Sorride.
Scivolo sulla lira. Mi guarda. “Come era fatta la lira? Come si viveva allora?”. Ecco, devo aver assunto l’espressione di un dinosauro prossimo all’era glaciale, diretto verso l’ibernazione. Lascio che il ghiaccio e la neve mi seppelliscano. Con le mie vecchie idee, il vissuto, le convinzioni che mi appartengono e non sono più, spesso indifendibili, patetiche. Quasi mi crogiolo nel classico “ai miei tempi”. Già, ai “miei tempi”, che accidenti sognavamo? Che fine hanno fatto i nostri sogni? Non lo ricordo più. Dannazione, non ricordo più quelle sensazioni, quegli attimi, i silenzi che valevano mille parole. L’emozione di una carezza. Di una mano nella mano. Di una festa. Dove siamo finiti, tutti?
Ha diciannove anni e sorride. Ancora un bicchiere di succo di frutta.
È un nuovo, altro mondo, quello di questi ragazzi. Il nostro appartiene ai ricordi, cari e dolci, magari, ma ai ricordi.
La guardo sorridere e penso che loro, ‘sto schifo di mondo stracarico di ingiustizia, rabbia, odio, dolore, incomprensione, ignoranza, lo cambieranno. O almeno ci proveranno. Penso a mio figlio.
Anche la pioggia che aspetta in strada, senza tregua, rimbalzando sull’asfalto grigio, sotto un cielo grigio, sembra meno fredda adesso. Non apro nemmeno l’ombrello. Chissenefrega. Dio è anche nella pioggia.
E mi faccio una risata, mentre i passanti più grigi guardano e non capiscono. Forse alcuni non capiranno mai.
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