L’ ARTE MESSA DA PARTE: GLI EFFETTI COLLATERALI DI UNA MODERNA PANDEMIA

Immagine realizzata da Alice Aymerich, tratta dal booklet del CD “The Art of Variation” (Decca, 2019). Pgc Maestro Massimo Giuseppe Bianchi.
Immagine realizzata da Alice Aymerich, tratta dal booklet del CD “The Art of Variation” (Decca, 2019). Pgc Maestro Massimo Giuseppe Bianchi.

– di SILVIA VALENTINI – 

Conversazione con il Maestro Massimo Giuseppe Bianchi – 

“Avete molto talento e ne acquisirete ancora di più, enormemente di più. Avete un’abbondanza inesauribile d’ispirazione, avete pensieri che nessuno ha ancora avuto, non sacrificherete mai il vostro pensiero a una norma tirannica, ma sacrificherete le norme alle vostre immaginazioni: voi mi avete dato l’impressione di essere un uomo con molte teste, molti cuori, molte anime”.

– Haydn a Beethoven (1793)

L’altra sera ascoltavo il fantastico “Concerto Privato”, per piano solo, del grande John Lewis, (pianista, compositore e arrangiatore jazz americano, fondatore e direttore musicale del famoso Modern Jazz Quartet), registrato in forma assolutamente riservata, unicamente per sé stesso, nel 1991, in una deserta e silenziosa cattedrale di Manhattan totalmente priva di pubblico. Un capriccio. Una scelta alternativa, selettiva. Un “unicum” passato alla storia. Inciso in un album magnifico, giustamente esaltato dalla critica e dagli appassionati.

Ho pensato, improvvisamente, che quello che Lewis fece per pura scelta artistica è, da un anno a questa parte, l’unica possibilità concessa ad ogni artista, pianista, musicista, attore di teatro, direttore d’orchestra italiano e non. Suonare, recitare, cantare, per sé.

(Nell’immagine in pagina, la collega Silvia Valentini, autrice di questa affascinante conversazione, ndr)

In quello che io chiamo “nuovo mondo pandemico”, tutti coloro che di musica e di spettacolo vivevano, si sono trovati, improvvisamente, dalla parte sbagliata della società. Costretti a fare, senza che ciò potesse sembrare una scelta artistica o una forma alternativa di spettacolo, ciò’ che Lewis realizzò per sfizio: suonare in solitudine, allenarsi ogni giorno come “se ci fosse un domani” per un pubblico che, non e’ dato sapere, quando mai tornerà ad applaudirli. Relegati fra gli “inutili” nella totale indifferenza di chi governa, di chi decide cosa e’ permesso e non permesso ai sudditi/cittadini. Ciò in spregio ad uno dei più decantati diritti fondamentali: quello di poter fare il proprio lavoro mantenendosi onestamente con esso.

Dove siano finiti coloro che in modo appassionato seguivano le varie stagioni concertistiche o le kermesse calendarizzate, sperticandosi in applausi e lodi e critiche e commenti da intenditori, non è dato saperlo. Voci spente, fra luci spente. 

Abbiamo saputo di lunghissime messe officiate per la Santa Pasqua. Abbiamo assistito ad incontri sportivi in stadi semivuoti ma “operativi” per garantire diritti televisivi ed altre improcrastinabili motivazioni economiche. In questi giorni si parla di concedere l’apertura degli stadi per salvare gli Europei di calcio. E i teatri? I concerti? I recital pianistici? Gli spettacoli?

Nulla. Gli artisti non hanno diritto di fare il proprio lavoro seppure con le precauzioni richieste dalla “legge” (mai come ora “dura lex”). Davvero siamo convinti che la gente che si riversa negli ipermercati per fare la spesa alimentare sia meno contagiosa di un pubblico distanziato seduto con la museruola, fra le poltrone di velluto di un Teatro?

Più di un anno è passato da quando ci hanno detto che si doveva restare chiusi in casa, da soli o in nuclei familiari definiti per legge. Che potevamo uscire solo per la spesa, per le medicine, per il jogging o per la passeggiatina del cane ma in uno soltanto. E noi, cittadini ben ammaestrati, abbiamo ubbidito. Ci siamo messi sui balconi a cantare tutti insieme (qualcuno si è anche gettato di sotto, per la disperazione). “Andrà’ tutto bene”, recitavano lenzuoli griffati di arcobaleni a matita (slavata) esposti dai balconi. Un mantra smentito dall’evidenza macabra del terribile numero di decessi. Abbiamo visto tante cose in questi mesi: scempio di diritti e atti di coraggio in attesa che arrivasse anche il momento della disperazione.

Una disperazione ancora più paradossale quella di coloro che vivendo di pubblico e di applausi (non certo quelli falsi della politica) e di emozioni, si sono trovati relegati fra gli invisibili, gli inutili, i sacrificabili. Costretti a concerti da camera, quella di casa propria, davanti agli schermi dei telefonini per applausi sordi a forma di notifica, di “like”. Obbligati ad eterne prove generali, dentro casa per un recital in continua fase di rinvio, come le udienze dei Tribunali. Chi ascolta la voce, il canto disperato di questa parte di popolo, di cittadini improvvisamente senza diritti?

Noi. 

Lo abbiamo chiesto a Massimo Giuseppe Bianchi, pianista di rango oltre che di rara maestria, poliedrico interprete, improvvisatore, compositore, scrittore, cultore della materia, appassionato di Jazz (spesso suonato in sodalizio con Enrico Pieranunzi). Colto e brillante divulgatore di temi di filosofia musicale dalle pagine di note riviste specializzate. Impostosi all’attenzione delle platee nazionali ed internazionali grazie ad un felice connubio fra dominio virtuosistico e ricchezza di contenuti e di fraseggio. Colui che, in pieno “lockdown”, ha fatto una cosa semplice ed eversiva al tempo stesso: posizionato il suo pianoforte a coda su un alternativo palcoscenico in movimento drappeggiato di rosso (un camion) facendosi trasportare per le vie della sua città’ di adozione, Varallo, inondandola di bellezza, per quattro ore consecutive. Un evento riassunto in un video reperibile su you Tube (https://youtu.be/nu3-0Yx-9To) che ha avuto, ad oggi, centinaia di migliaia di visualizzazioni. Merito anche, certamente, della splendida esecuzione del celebre brano ‘Odeon’ di Ernesto Nazareth, ivi riprodotto. Un uomo solo, accanto al suo vero compagno di vita, il pianoforte, a ricordare a tutti che senza la musica la Terra sarebbe soltanto o uno dei tanti pianeti in rotazione senza scopo apparente, sul proprio asse, in un universo sconosciuto e silenzioso.

– Maestro, innanzitutto La ringrazio per avermi concesso questa intervista.  Che cosa ha provato quando ha suonato su quel palcoscenico mobile fra la Sua gente che l’applaudiva dai balconi? 

“Ho provato, quel giorno, una grande emozione, commozione, un po’ di tristezza, ma anche gioia. L’idea era di portare, dopo mesi di confinamento, un po’ di bellezza in giro per la città nella quale sono nato. Una comunità che mi ha dato molto e alla quale, nel mio piccolo, ho voluto restituire qualcosa in un momento particolarmente drammatico. Posato un bellissimo Yamaha su un camion, ho girato per più di quattro ore, suonando per le strade. Non ero sicuro di come sarei stato accolto, ma l’iniziativa è stata davvero circondata da affetto e simpatia infiniti e questo, umanamente, mi ha gratificato moltissimo. Se dovessi fare una riflessione sarebbe questa: nell’era Covid, le attività artistiche sono state giudicate superflue dal potere politico, sacrificabili, come i lavoratori dello spettacolo. Nello stato collettivista immaginato dai nostri politici noi siamo evidentemente le rotelle meno oliate del complesso macchinario, o Leviatano. Ebbene, l’accoglienza che non certo la mia persona, ma la musica da me eseguita ha avuto quel giorno mi ha dimostrato che è vero proprio il contrario. Gli uomini hanno bisogno di arte non meno della libertà o del cibo. Ecco cosa ho imparato quel giorno e me l’hanno insegnato i miei concittadini e l’Amministrazione Comunale che, con straordinaria generosità, mi ha aiutato a mettere in piedi questo evento, che Lei ha avuto la gentilezza di ricordare. Retorica? Non direi. Retorico è ogni gesto privo di impegno sociale, slancio civile e morale. L’arte costituisce invece un bisogno primario utile alla società, indispensabile alla soddisfazione completa delle esigenze umane.”

– Come sono state le ore e i giorni di questo lungo anno di forzata lontananza dai palcoscenici e dal pubblico?

“È stato ed è tuttora un anno difficilissimo per me, benché ringrazi di esser vivo. Da un lato, la condizione di trovarsi improvvisamente senza concerti ha creato una grande incertezza, anche se continuo a studiare e portare avanti molti progetti. Dal lato delle istituzioni statali, devo riscontrare purtroppo come esse, con l’eccezione di molte amministrazioni locali davvero impegnate con la gente, abbiano fatto quanto potevano per ostacolare, anziché favorire, lo svolgimento della nostra professione, imponendo protocolli lambiccati e continuamente modificati in itinere, promettendo aiuti economici adeguati mai elargiti e infine, da ottobre 2020, in contrasto evidente con le direttive del Comitato Tecnico Scientifico, impedendoci del tutto di lavorare senza alcun significativo ristoro. Tutto ciò nonostante l’AGIS (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo), dati alla mano, abbia più volte mostrato come lo spettacolo dal vivo sia sicuro, più dei ritrovi domestici. Termine che non amo poi, ristori, preferendogli il più appropriato ‘risarcimenti’ giacché qui si parla di un contributo destinato a coloro ai quali è impedito di lavorare, non di regalie o redditi d’assistenza graziosamente elargiti. Per molti c’è la sicurezza di uno stipendio che tranquillizza sotto l’aspetto della quotidianità. Benissimo. Ma non per tutti. Poi vi sono anche guasti non meno importanti, come la cancellazione del pubblico. Il pubblico è una necessità poiché un concerto si fa in due. Lo streaming, come ha detto bene Uto Ughi, è figlio della disperazione del momento che stiamo vivendo. Quella dello streaming è una platea di persone che può essere anche numericamente più ampia che in un Teatro, ma non è messa in condizione di stabilire un rapporto creativo, dialettico con chi è sul palcoscenico e, ovviamente, viceversa. Non ci vediamo, non si crea quell’energia che è il combustile necessario a generare la musica. Nello streaming possiamo sì ammirare l’artista e godere della musica ma l’energia è opaca, negativa, lo sguardo triste e lo sforzo di far sembrare naturale ciò che non è distrugge la poesia dell’attimo. Lo streaming è “The dark side of the moon”, il fiore che appassisce subito. Son cose essenziali poiché a un concerto tu non assisti per il sostentamento del corpo ma per il beneficio dell’anima. Invece per limitare la circolazione delle persone, si è deciso di sacrificare, decidendo arbitrariamente chi può lavorare e chi no, alcune attività ritenute “non necessarie” indipendentemente dalle oggettive condizioni di sicurezza. E l’arte in Italia non è mai stata ritenuta necessaria, restando sempre ai margini dell’agenda politica e dei mass media. Era la vittima perfetta designata”.

– Non sono dati di oggi, ma sia l’OCPI Osservatorio Conti Pubblici Italiani sia Eurostat collocano l’Italia al penultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura: 1,4% contro una media Ue superiore al 2%. Sembra che, culturalmente, certe nazioni considerino le Arti come beni voluttuari di cui disporre come risorse facoltative. Sembra mancare completamente la consapevolezza di quanto l’arte renda migliore la vita della gente.

È di questi giorni la notizia che il Mibact, tramite la Direzione generale spettacolo, ha attivato la procedura di pagamento urgente dei contributi in favore degli artisti scritturati per spettacoli annullati o cancellati a causa delle misure di contenimento della pandemia. Si parla di circa 36 milioni di euro. Franceschini ha dichiarato: Nessuno verrà lasciato indietro”. Nel frattempo la maggior parte di voi si continua ad “allenare” senza  pubblico. Secondo lei c’è’ la possibilità che la gente si dimentichi di quanto sia bello e importante andare a Teatro, ascoltare musica dal vivo, far calare il silenzio nella sala in attesa dell’attacco del pianista o dell’orchestra?

“Lei pone in luce diverse questioni, tutte spinose. Parto dall’ultima. Ritengo che la musica con il pubblico non possa morire poiché la musica o è dal vivo oppure, semplicemente, non è. Lo streaming può essere una cosa utile, in una logica di profitto, se – come avviene per le partite di calcio – lo spettacolo col pubblico viene anche trasmesso in diretta o differita. Ma solo i grandi enti sono in grado di garantire la necessaria qualità audio e video, che ha alti costi. I risarcimenti del ministro Franceschini, grazie al Mibact, ci sono stati e di questo occorre essere grati, ma riguardavano solo i concerti programmati in Italia e parliamo di cifre piccole. Certo lo Stato ora può dire: ho dato qualcosa a tutti. Ma è sufficiente? Tocca ripeterlo, le partite Iva e gli artisti sono stati lasciati soli, è stato loro impedito di portare avanti la propria professione senza predisporre nel contempo quel sostegno adeguato che, secondo me, sarebbe stato doveroso. Ma soprattutto, cosa più grave, è stato impedito loro di lavorare quando ciò poteva essere fatto in sicurezza, secondo protocolli stabiliti dagli stessi esperti nominati dal Governo. Preferisco di gran lunga, glielo assicuro, cento euro guadagnati con il mio lavoro che mille di sussidi. Scelte politiche? Distrazione? Incompetenza? Questo mi porta alla prima domanda. In questo Paese si sente continuamente dire: la cultura è il nostro petrolio. Confesso di provare una certa irritazione a sentire questa frase. Non perché non sia, in parte, vera. Il petrolio però è un bene che viene trasformato, lavorato, venduto, è una fonte energetica strategica. La musica, l’arte in generale in Italia sono sì (anche) fonti energetiche, ma penso non vengano sufficientemente trasformate e lavorate. La cultura resta sempre, come dicevamo, ai margini dei programmi politici. In questo senso c’è molto da fare, credo su due fronti principalmente: la scuola da un lato, e la semplificazione delle procedure inerenti all’attività concertistica dall’altro”.

In che senso? Ci può’ spiegare cosa intende ?

“Certo. L’Italia non è come gli Stati Uniti d’America, un paese con grandi centri urbani e centinaia di chilometri di nulla intorno. È al contrario un tessuto molto fitto di comuni, borghi, frazioni, spesso di grande interesse artistico. In questi luoghi non di rado operano società concertistiche medie, piccole, piccolissime, dagli Amici della Musica alle Pro Loco. A queste piccole e meritorie associazioni, che sovente dispongono di sale con pochi posti a sedere vengono quasi sempre richiesti i medesimi adempimenti burocratici delle grandi Società concertistiche o Enti Lirici. Credo che, anziché ostacolate, dovrebbero essere aiutate a vivere, in primis quelle poche che eroicamente resisteranno all’ordalia delle restrizioni anti Covid. A proposito di sovvenzioni poi, in Italia siamo abituati alla ‘longa manus” dello Stato su tutto ciò che è cultura. Credo sarebbe auspicabile ora cominciare a pensare di aprire anche alle realtà private, permettendo a chi voglia sponsorizzare eventi di ricevere in cambio detrazioni fiscali. Va detto che esiste un precedente decreto Franceschini che andava in questo senso e per me è la strada giusta”.

Idee che sembrano in netta contrapposizione con i progetti del ministro Franceschini di creazione addirittura di una sorta di Netflix della Cultura a pagamento: il cosiddetto progetto Itsart.

“Guardi, farò due considerazioni distinte, poi lascerò a lei e a chi legge le conclusioni. La musica è pensiero, testo scritto, ma soprattutto manifestazione fisica. È un’arte la cui fruizione, scusi il termine forse un po’ svilente, implica quel rito che noi chiamiamo “concerto”. Da esso discendono “per li rami” forme di riproduzione quali il disco, il video, eccetera. La musica però è fatta per essere goduta in sala, grande, piccola o sconfinata, secondo il genere. Questo è quanto potrebbe dirle ogni appassionato di musica, se poi il concetto sia accettabile dal ministro non saprei dirglielo. Lo streaming quindi può essere utilissimo in un momento transitorio, emergenziale e orribile quale quello che stiamo vivendo. Se si pensa però di sostituire l’esperienza d’ascolto “in re ipsa” con una registrazione temo il confronto non regga. Piuttosto che uno spettacolo in streaming destinato allo schermo della TV non è meglio – chiedo – investire sul territorio, sulla nostra Italia che tanto ne ha bisogno? Su Itsart devo osservare che non potrà essere competitiva, ammesso che parta, poiché gli investimenti previsti sono tragicamente insufficienti, stando almeno alle cifre che leggo, se paragonati alle cifre della concorrenza, che è molto agguerrita. Si pensi soltanto alla Netflix “vera”, che sforna prodotti eccellenti venduti a pochi euro al mese. La guerra ai carri armati non la puoi vincere con le clave, quei soldi sul territorio potrebbero dare frutti ben più succosi e appetibili. Da qui, e non solo, discendono le mie perplessità verso un progetto che, aggiungo, è stato generalmente rigettato fin da subito dalla comunità intera dei musicisti. Siamo noi ad essere indietro mentre il ministero è visionario? Ai posteri l’ardua sentenza”.

– Fra l’altro in molti lo considerano un autogol visto e considerato che Raiplay ha reso più fruibili i contenuti della tv di Stato. I più, poi, fanno notare come a livello europeo, ci sia da trent’anni Arte.tv, un’ emittente franco-tedesca diventata realtà alla vigilia della riunificazione tedesca che trasmette, in sei lingue, quotidianamente e gratuitamente, centinaia di programmi culturali, opere cinematografiche, serie, documentari, notiziari e approfondimenti che danno spazio e visibilità a produttori e artisti di ogni genere.

“Osservazioni molto giuste. Come dicevo, non si tratta di demonizzare la TV, che si demonizza benissimo da sola, quanto di andare con passo il più lesto possibile nella direzione di ripristinare lo spettacolo dal vivo, che deve e può svolgersi in sicurezza. Questo è quello che chiediamo noi artisti e il pubblico, come penso”.

– Quando è stato e dove si è svolto il Suo ultimo ‘concerto prepandemico’? E l’ultimissimo?

“Quello prepandemico, se ricordo bene, fu un recital in Emilia Romagna. L’ultimo a Zurigo, musica da camera in una chiesa, nel Novembre del 2020. Le chiese della Svizzera tedesca in quel periodo erano tra i pochi luoghi, forse gli unici in Europa dove si potessero tenere concerti. Sembrava un po’ di trovarsi in quel film di George A. Romero, “Zombie” nel quale alcuni malcapitati trovano riparo in un centro commerciale dalla carica dei morti viventi, dandosi man forte tra loro. Si scherza, ma non troppo. Gravava su di noi un’atmosfera un poco surreale, sospesa, certo meno spaventosa di quella narrata del film, ci trovavamo infatti in presenza di un pubblico meraviglioso. Però non capivamo bene se sentirci eroi o delinquenti. In un certo senso eravamo entrambe le cose e nessuna. Abbiamo tutti accettato con grande facilità, forse troppo grande, una situazione davvero eccezionale, con effetti psicologici ancora tutti da scoprire, si spera superabili”.

– Ripartirà da lì?

Non mi sono mai fermato da allora. In realtà, conduco sempre la stessa vita. Studio ogni giorno, faccio progetti e cerco di credere nel futuro, spero che anche quest’ultimo mi dia fiducia!”.

– Lei è un concertista di fama internazionale, legato ad etichette d’eccellenza. Come si sta muovendo dietro le quinte questa realtà parallela al recital pianistico dal vivo? Si sono scoperti nuovi sbocchi o è tutto sospeso in attesa di nuova linfa anche da quella prospettiva?

“L’unica novità emersa in questi mesi purtroppo è stata la prospettiva, che più sopra descrivevo definendola illusoria, dello spettacolo in streaming. Che non è una novità vera quanto una necessità transitoria, dedicata a quanti, per lor fortuna, riescono a seguire un intero concerto a sala vuota senza immalinconirsi troppo. La novità più rumorosa secondo me è che… non si vedono novità. E ce ne sarebbe bisogno. Vede, l’estate scorsa furono annunciati in pompa magna i concerti ‘della ripartenza’. Una comunicazione un po’ maldestra, col senno di poi, ma erano momenti ancora più convulsi di quello presente. Ciò che mi colpì tuttavia fu la prospettiva ‘culturale’ di quei programmi caratterizzati da una totale assenza di rischio. La ‘Settima’ di Beethoven…il  ‘Requiem’ di Verdi… I segnali del mondo concertistico italiano furono sì quelli di una ripresa dell’attività, ma anche di un marcato conformismo alla Beckmesser. Io credo che se la sciagura che stiamo vivendo ci dà un’opportunità, è quella di connetterci maggiormente con il presente. Dopo le abbuffate di Netflix e l’ordalia di serie televisive di alta qualità, il pubblico che tornerà nei teatri e nelle sale da concerto avrà bisogno di contemplare acusticamente nuovi panorami, contraddistinti da una qualità esecutiva sempre più alta. Cercherà aperture verso nuovi repertori, avrà fame di ibridazioni con la musica di altri Paesi e altri Mondi. Andrebbe anche rivolta secondo me una maggiore attenzione al nostro repertorio italiano, bellissimo quanto in gran parte negletto, con pochissimi artisti e direttori artistici che hanno il coraggio di proporlo. Mai come nel nostro tempo nelle sale da concerto si ascolta il Museo. Che è bellissimo, ma va vivificato dal confronto con quello che succede nell’Universo contemporaneo, realtà in perpetuo movimento. L’azione dell’arte sempre deve rivolgersi non verso i lidi sicuri e assolati, ma verso la notte, verso il mistero”.

Voi artisti siete uniti in questa battaglia per la sopravvivenza o siete anche voi, come tante categorie, affetti da randagismo individualista?

Non molto uniti. È un vero peccato ma si può capire, in fondo. Ci accomuna la materia, però le condizioni professionali sono molto diverse e c’è poca solidarietà. D’altro canto  sono momenti difficili per tutti, forse in simili temperie è normale, per quanto triste, che ciascuno pensi un po’ per sé”.

Lèggiamo, in questi giorni, di una Tosca per il Maggio Fiorentino che vede il rientro di Cecilia Bartoli per il compleanno di Zubin Metha. Biglietti in vendita unitamente ad uno spray nasale anticovid israeliano. Tutto ciò mi ricorda il mondo del calcio con i club d’élite. Sbaglio?

“Si tratta di un farmaco prodotto da un’azienda di Tel Aviv il cui nome richiama simpaticamente alla memoria certe storie di ‘Topolino’: Nasus Pharma! Pare che sia in grado di uccidere il 99% delle cellule virali del Covid. Verrà donato agli spettatori presenti in sala. Che posso dire? Mi pare un’iniziativa positiva. Il farmaco funziona – pare – molto bene e si dà un segnale rassicurante cosa di cui in questo momento la musica ha un gran bisogno. Il mondo del calcio riceve molte più attenzioni del nostro perché muove molti più interessi. Però ormai tutto tende ad essere spettacolarizzato e questo porta con sé inevitabilmente una ‘diminuzione’ dell’oggetto che si vuole strillonare. Non si parlerà quindi della Bartoli in Tosca (ruolo per lei insolito), non si parlerà molto neppure di Mehta, a parte le formalità del genetliaco, la musica è un orpello: si parlerà del farmaco perché è una storia più facilmente raccontabile. È un rapporto, necessariamente, tra superiori e inferiori. Se Chiara Ferragni solcasse l’ingresso del teatro, la musica scomparirebbe del tutto in quanto inutile alla narrazione. Puccini tuttavia sopravviverà a tutti noi, al Covid e alle “paillettes”. Lunga vita comunque al grande Zubin Mehta, un musicista straordinario”.

– Maestro, facciamo finta, per un attimo, che nulla sia accaduto e che tutto stia andando come prima. Che noi si possa parlare di musica, del suo lavoro di concertista, di improvvisatore, di cultore del Jazz (di cui scrive spesso su varie riviste) dei suoi progetti futuri, dei suoi autori prediletti, dei suoi sacrifici quotidiani e delle emozioni prima e dopo ogni concerto. Le chiedo: come si arriva a scegliere di essere musicista, concertista e pianista? È una chiamata che non lascia scampo?

Non credo di arrischiarmi troppo col dire che non si tratta di una scelta ma di una chiamata. Questo è quanto dire che, a parer mio, è la musica, lo strumento che sceglie noi, non viceversa. Certamente poi a questa vocazione bisogna dar sostanza professionale e qui, mi si passi il termine, casca l’asino, dovendo passare dai sogni al realismo. Occorre lavorare duramente e per tutta la vita. Di sicuro però chi è artista non sta troppo a pensare a queste cose, obbligato com’è a concentrarsi sul proprio perfezionamento per il quale il tempo davvero non basta mai. Gli autori prediletti? Sono davvero troppi. Una volta il direttore Carlo Maria Giulini, alla stessa domanda rispose: ”Quello che sto eseguendo in questo momento”. Sottoscrivo… Certamente, vi sono autori con i quali si hanno più affinità e per ragioni anche tecniche. Chi ha una mano grande, ad esempio, al pianoforte Rachmaninov lo suona magari più volentieri di chi ha una mano piccola. Altre volte si studiano certi pezzi per una sfida con sé stessi, per saggiare la memoria, eccetera. Il percorso artistico secondo me deve essere omeopatico: all’inizio va bene seguire una scuola, ma poi dovrà essere il nostro istinto a guidarci, scegliere le sfide da compiere con noi stessi, gli autori da studiare. Dobbiamo ascoltarlo e suonare la musica in cui crediamo al meglio delle nostre possibilità. Quando poi tocca affrontare autori e musiche meno congeniali, si cercherà di dare il meglio per salvare l’anima e il pezzo. Musica brutta, però, mai suonarla. Diffondere brutta musica è una forma di terrorismo che va combattuta con tutti i mezzi.”

– Un suo collega, tempo fa, mi disse, in un’intervista, che quello del pianista è uno strano destino, soprattutto guardando al concerto come ad un atto artistico di estrema intensità che si esaurisce nell’attimo stesso in cui si produce: mai più rileggibile, mai più percepibile. Un capitolo che si chiude nel momento stesso in cui lo si scrive. Lo definì: “l’eternità dell’ attimo, estasi pura, intuizione, e climax. Non mi interessa essere ricordato per le mie esecuzioni, aggiunse, perché nell’atto dell’esecuzione non sono più mie”. Lei è d’accordo?

“Non proprio. Io sono più pragmatico. Per me è sempre attuale il detto di Busoni: “Mente fredda, cuore caldo”. Nell’esecuzione di brani concertistici di repertorio, così come quando improvviso, debbo avere il controllo necessario per tradurre in immagini chiare il sentimento che intendo convogliare all’ascoltatore. È un equilibrio difficile ad ottenersi ma necessario, che arriva con l’esperienza e dopo molte esecuzioni. È un pò uno staccarsi da sé. L’alternativa è suonarsi addosso e un approccio troppo “self-centred” può intorbidire le linee e incapricciare la musica, rendendo le trame poco leggibili per l’ascoltatore. Non sono io che debbo cadere in estasi, casomai il pubblico. Infine mi lasci dire con molta sincerità che io, al contrario del collega, spero di venire ricordato proprio per le mie esecuzioni. Non vedo infatti per che cos’altro il mio nome dovrebbe venire rimembrato in futuro. Noi strumentisti siamo al servizio del compositore, questo è verissimo, ma ci sono molte esecuzioni che valgono quanto l’opera proposta e in certi casi persino la sopravanzano. A queste mi ispiro ed esse sono opere d’arte in sé e per sé”.

– Qual è per lei il periodo doro del pianoforte?

“L’ottocento, senza dubbio. Rappresenta la magnificazione, il momento apicale del suo sviluppo timbrico ed espressivo. Fryderyk Chopin e Franz Liszt sono i principali innovatori, benché si collochino su due prospettive molto diverse sotto il profilo della composizione pura. Chopin però è da tempo conosciuto e plurieseguito, mentre molte zone del repertorio lisztiano, parlo di opere di meravigliosa densità emotiva (penso al periodo di Weimar e agli ultimissimi anni, quando egli preparava la strada a Berg e Schoenberg) restano tuttora oscure. Sembrerà un paradosso, ma Liszt è un autore ancora poco eseguito, nel senso che vengono sempre proposti un po’ gli stessi pezzi, per abitudine ma, partiture alla mano, senza vere ragioni musicali. Un fatto singolare che spero si correggerà nel tempo!”

– Infine, Le chiederei di chiudere questa nostra “chiacchierata” con un messaggio per tutti coloro che, con grande nostalgia, non aspettano altro che voi possiate tornare ad emozionare le platee trascinando il pubblico in quel viaggio senza fine, lungo la secolare storia delle emozioni umane mediate dal pentagramma, che è l’ascolto musicale.

“Appena si potrà, usciamo tutti di casa e andiamo ai concerti!”.

– Le posso chiedere un’ultimissima cosa?  Lei e’ noto anche per essere una straordinaria guida all’ascolto. Che musica sceglierebbe per questa intervista?

“Guardi, c’è in effetti un brano che idealmente mi andrebbe di dedicare ai suoi lettori e a lei, uno dei più beneauguranti di tutta la musica. Si tratta del terzo tempo del Quartetto op. 132 di Beethoven, la famosa “Canzona di ringraziamento in modo lìdio offerta alla divinità da un guarito”. In questo lungo Adagio, di commovente bellezza, assistiamo a una rinascita e al miracolo della vita. Il compositore scrive, sulle battute finali, l’indicazione ‘sentendo nuova forza’. Può esserci augurio più adatto al tempo nostro? Sentimento più lieto? Al termine dell’ascolto ‘sentiremo’ di aver ricevuto questa forza, sotto forma di crescente emozione, e ci troveremo quasi senza fiato. Tra le tante esecuzioni pregevoli mi è molto cara questa, https://youtu.be/0-jus6AGHzQ, del Quartetto Italiano, che a me ricorda anche il grande Franco Rossi, artista e uomo straordinario da cui ebbi il privilegio di ricevere alcune tra le più belle lezioni di musica da camera della mia vita. Lo ricordo con ammirazione e nostalgia, sempre. Ve la propongo, ringraziando lei e i lettori per questa bella e cordiale conversazione”.

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