UN RICORDO DI FRANCO LOI, POETA GRANDE E UMILE

 

  • – di Federico Migliorati – 

Era impossibile non voler bene a Franco Loi, il grande poeta milanese seppur di origini genovesi scomparso al principiar del nuovo anno. Uomo raffinatissimo, dalla cultura enciclopedica eppure sempre umile, una virtù rara al giorno d’oggi in cui l’io ipertrofico e l’altezzosità abbonda nel mondo intellettuale.

No, Loi sapeva aprire la sua mente e il suo cuore a tutti parlando della sua passione-lavoro, certo, quella poesia che lo accompagnò per larga parte del Novecento facendone uno dei maggiori e certamente degli ultimi autori in versi del nostro tempo. Mi accolse in una fredda giornata di metà autunno, nel 2013: dal suo appartamento di viale Misurata il traffico era continuo, senza sosta, anche sotto la pioggia battente che picchiava sui vetri. Con l’amico editore Vittorio Zanetto, con cui sarebbe poi uscita l’intervista nel librino Conversazione con Franco Loi (Fondazione Zanetto) con la prefazione di Carla Boroni, l’accordo era chiaro: avremmo dovuto lasciarlo parlare a getto, senza interromperlo, ché troppo importante sarebbe stato il suo dire e ininfluente il nostro. E invece tutto finì rivoluzionato perché Loi, da grande umile come si diceva, volle sapere, si interessò alle nostre vite, ci chiese del generale e del particolare, si appassionò insomma a noi, come fossimo stati i veri protagonisti di quelle ore. Ecco perché raccogliere le sue testimonianze sul mondo della poesia fu semplice: non eravamo di fronte a un cattedratico inarrivabile e spocchioso che si trincerava dietro a social media manager o addetti stampa, ma ad un acuto osservatore della realtà che si prestava con generosità ad accogliere la nostra decisione, senza riserbo o resistenze. La sua lunga vita dispiegata tra i versi, in meneghino soprattutto, ci venne disegnata con acribia non lesinando i momenti più difficili, le scelte più ardue da compiere, gli ostacoli da superare nel corso di una vita densa, intensa e lunga: tutto in Loi dava la misura della compostezza pur essendo stato, in gioventù, uomo capace di prendere posizioni scomode per un intellettuale. Prima di andarcene volle farmi dono di alcuni librini di versi, che spesso dispensava agli amici più cari, preziosi cammei che custodisco gelosamente, purtroppo senza più poter contraccambiare. Franco Loi era un uomo perbene a cui l’Italia deve molto. Nell’intervista che segue si è cercato di ricostruire uno spaccato di storia personale che si è intersecata con quelle dei massimi esponenti del mondo culturale del tempo e che fornisce qualche cifra del percorso professionale del poeta milanese.

Parlare con lei è un privilegio non foss’altro perché rappresenta uno degli ultimi grandi poeti viventi del nostro tempo. Non posso esimermi, dunque, dal chiederle innanzitutto quale sia oggi la popolarità della poesia, e quindi come si raffigura il futuro di questo genere letterario, che non gode certo di grande fortuna in tempi odierni.

– Domanda semplice, ma a cui non è facile rispondere con poche parole. Il potere di ogni epoca e di ogni tipo di regime non ha mai sopportato né la poesia né la filosofia. Il motivo è chiaro: la parola dice sempre qualcosa che non può essere tollerato dall’ideologia dominante. Persino Carlo Marx fu lungimirante tanto da arrivare a sostenere che “un politico dovrebbe ascoltare gli artisti ed i poeti perché sono come il termometro del tempo… certo, il politico poi sarà costretto a mediare, ma avrà sempre presente la situazione reale del Paese”. Non è un caso che musica e pittura siano state invece meno perseguitate dai regimi di ogni epoca. Essendo materie espressive i cui canoni di comprensione sono invece noti a pochi, esse meno “traducibili” e leggibili e, pertanto, più tollerate. Del resto chi capisce la musica nei suoi valori espressivi? E chi può dire cosa esprima un volto o un paesaggio attraverso i colori o un disegno?
Importante per un potere è sempre tenere nell’ignoranza il popolo. Prova ne sia l’incultura e lo smercio di luoghi comuni delle televisioni, diventate oggi il vero strumento di diseducazione e coercizione di massa. Non bisogna però credere che coloro che scrivono poesie oggi siano pochi. Le posso assicurare che sono invece moltissimi. Soltanto che non hanno il privilegio di poter essere diffusi e conosciuti come oggetti di pubblicità. Certo, non tutti sono veri poeti e veri filosofi. Molti si mettono a scrivere imitando altri poeti o cercando di riprodurre ciò che si insegna nelle scuole, ancora ad imitazione degli scrittori del passato.  Ma sempre nella storia i veri poeti sono pochi: Pindaro, Omero, Lucrezio, Orazio, Virgilio, Dante, Leopardi, D’Annunzio, Pascoli, Teofilo Folengo, Ariosto, Tasso, Carlo Porta, Gioacchino Belli, Delio Tessa; per non parlare del Qoelet e tutti i versi della Bibbia.
In quanto al futuro, basta conoscere il passato per capire che la popolarità o meno della poesia varia nella storia appunto come mutano i poteri politici e le persone che li detengono. Dante, condannato all’esilio e poi al rogo nel 1300, soltanto alla fine del Settecento è tornato ad essere letto ed apprezzata; per non parlare di Teofilo Folengo e di suo fratello, imprigionati e accusati di eresia; e tutti sanno che Leopardi durante tutto l’Ottocento è stato considerato un pessimo poeta ed un mediocre filologo. A proposito di filosofi, tutti conosciamo la sorte di Socrate e le condanne di Giordano Bruno, di Tommaso Campanella e di Bernardino Telesio. Dunque possiamo dire che la sorte della poesia è come la sorte dell’uomo: varierà a seconda dei regimi e della partecipazione di un popolo alle sorti della cultura.

Come è nata in Lei la passione per la poesia, in particolare per la lingua milanese che connota gran parte della sua produzione letteraria?

– Fin da bambino ho cercato di scrivere teatro. Leggevo i romanzi per bambini, e poi per ragazzi e costruivo sceneggiature. Mi capitava, per esempio, sotto gli occhi I tre moschettieri di Dumas? Bene, ne riassumevo le vicende in modo semplice; le ragazze facevano i costumi di carta e poi recitavamo nei cortili con tutta la gente che ci guardava dalle finestre.
Poi ho cominciato a scrivere racconti e a leggere romanzi: Guerra e Pace di Tolstoj, Martin Eden e Il tallone di ferro di Jack London, i romanzi di Verne, Moby Dick di Melville. Ho scritto anche un romanzo: Dal diario di una medaglia d’oro sulla vita di mio padre e sul lavoro in ferrovia. Poi nacque in me l’esigenza di tenere dei diari e proprio in riferimento a questi ultimi, recentemente, uno studente dell’Università di Vercelli, Alberto Sisti, ha preparato un libro voluminoso di circa 500 pagine per il suo dottorato.
Le mie prime poesie le ho scritte in italiano nei primi anni ’60. Ma, mentre le scrivevo, mi sono reso conto che non facevo che imitare i poeti che mi avevano insegnato a scuola: Leopardi, Pascoli, Petrarca, Foscolo. Così scrivevo e subito dopo stracciavo. È vero che in casa mia si parlava italiano e a scuola avevo imparato la lingua nazionale, ma era anche vero che ero sempre vissuto in ambienti popolari, che avevo attraverso un fatto tragico come la guerra e tutte le vicende dell’immigrazione a Milano e le prime esperienze di lavoro tra gente che parlava il milanese – persino i meridionali allora cercavano d’imparare la lingua che permetteva loro d’inserirsi meglio e più rapidamente nella società. Del resto, anche mio padre, nato a Cagliari, aveva imparato rapidamente il genovese con gli amici e i compagni di lavoro. Aggiunga poi la mia passione socialista ed i miei ideali populisti: per me era quasi ovvio parlare della città di Milano, delle mie esperienze e della gente che avevo conosciuto nella lingua con cui avevo vissuto quelle vicende.
Ci fu poi un altro avvenimento che mi portò dritto in braccio al dialetto meneghino. Era l’estate del ’65 e mi capitò tra le mani I sonetti del Belli: fu per me come un colpo di fulmine. La lingua romanesca, fino ad allora a me sconosciuta, mi sembrò analoga a quella milanese in quanto a ricchezza ed espressività. Era del resto capitata la stessa cosa al Belli che, venuto a Milano dopo la morte del Porta, aveva sentito recitare le sue poesie in casa di amici, e tornato a Roma decise di scrivere, lui arcade, nella lingua romanesca. Devo però aggiungere che non ho scritto soltanto in milanese. Ho usato il genovese di mio padre e quel che avevo memorizzato nella prima infanzia per le esperienze della città di Genova, e la lingua colornese di mia madre per i periodi passati nella casa di mia nonna e dei miei zii. La mia è stata un’adesione ai luoghi ed alla gente della mia vita. Voglio dire che, per il milanese, non si è trattato nemmeno di una scelta, ma, come ha scritto Franco Brevini, “non è Loi che ha scelto il milanese, ma è il milanese che ha scelto Loi”.

Lei accompagna sempre i suoi libri con delle traduzioni in italiano, però non vuole chiamarle così. Ci spiega perché?

– Anche qui lei tocca un punto dolens, perché, purtroppo, ogni poesia nasce orale e persino la stampa è già una traduzione, giacché non si possono sentire le sensazioni e le emozioni della voce del poeta. Le faccio un semplice esempio: ci sono parole che dette in un certo modo possono voler dire una cosa e con un’altra tonalità hanno un significato esattamente contrario. Nell’800, un critico francese scrisse che “tradurre è tradire”, Franco Fortini lo ripeteva sempre. Io preferisco parlare di “didascalia”, proprio come per le fotografie o per i quadri. Soprattutto in Italia è necessario che chi ascolta si renda conto che ciò che sta leggendo non è la poesia, perché noi abbiamo imparato una lingua inventata attraverso i significati e quindi prestiamo ascolto soprattutto a questi ultimi. Spesso, quando vado all’estero – in Irlanda o in Olanda o in Spagna – leggo direttamente in milanese e la gente ascolta la musica e l’emozione del dire. In Italia sono invece costretto a leggere prima le traduzioni o didascalie. All’isola di Tinos due o tre anni fa, ho letto mie poesie in una piazza e la gente greca seduta ai tavoli del caffè o attorno al platano al centro della piazza si è entusiasmata al solo ascolto del milanese. E sa perché? Semplice: in Grecia la lingua nazionale è di estrazione popolare e non rappresenta, invece, un idioma artificiale che si è imposto nelle scuole. Quando ero studente ogni parola dialettale veniva considerata un errore, senza rendersi conto che i dialetti sono la fonte primaria di ogni lingua nazionale. Ha scritto Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia: “Diciamo che parlar vulgare s’intende quello nel quale son fatti esperti i fanciulli da’ lor circostanti, quando incominciano da prima a distinguere i suoni; v’è bensì un altro parlare che i Romani disser grammatica (si riferisce al latino) di questi due parlari è dunque più nobile il vulgare, come quello che prima fu usato dal genere umano”.

È in Mondadori che lei è venuto in contatto con alcuni dei più famosi protagonisti del mondo letterario, a partire da un tal Vittorio Sereni, l’ideatore, assieme a Giansiro Ferrata (che ne fu il primo direttore), dei Meridiani, la più importante e prestigiosa collana letteraria italiana, con il quale ha intessuto un rapporto proficuo e duraturo interrotto solo nel 1983 alla morte di questi. Ce ne vuole parlare?
 
– Beh, ero all’Ufficio stampa, quindi moltissimi sono stati gli incontri con autori italiani e stranieri. Non so se è il caso di farne l’elenco, ma posso citarne qualcuno: Hemingway, Jack Kerouac, Ungaretti, tanto per fare qualche nome.
Con Vittorio Sereni il mio primo incontro avvenne al Centre d’etude français, ma fu ancora lui, direttore letterario della Mondadori, a sostenere il mio colloquio per l’assunzione. A lui devo molto: le prime pubblicazione di poesie, la successiva collaborazione esterna con Mondadori e, soprattutto, il grande rapporto di amicizia e di stima che è sempre rimasto fino alla fine. Ne ho parlato in parecchie interviste.
Un altro protagonista indiscusso delle lettere fu Franco Fortini che ho conosciuto perché fu lui a chiedere a Einaudi di scrivere la prefazione a Strolegh. Fortini era uomo di grande cultura e con lui ho avuto un rapporto non sempre facile ma molto intenso da un punto di vista culturale.
Vittorini l’avevo già conosciuto per altre ragioni, di cui ho parlato nella mia biografia: Da bambino in cielo. Mi sia consentito un breve ricordo personale di Giancarlo Vigorelli, perché anche a lui devo molto: m’invitò a collaborare alla sua Rivista Europea, mi propose perfino di dirigerla quando persi il lavoro con la Mondadori nell’83 ed io rifiutai, mi fece conoscere Mino Martinazzoli, allora ministro dell’Interno quando fui arrestato a Venezia per ragioni politiche.

Che cos’è, dunque, per lei la poesia?

– Ne ho scritto tante volte, ma è sempre bene ripeterlo: la mia esperienza della poesia coincide con ciò che è stato detto da Dante nel Purgatorio in risposta a Bonagiunta Orbicciani: “I’ mi son un che quando amor mi spira, noto e a quel modo ch’ei ditta dentro vo significando”, che va chiarito così: “Io sono uno a me stesso e quando sono mosso da amore, cioè da emozione, ascolto e prendo nota, e a quel modo che il mio inconscio detta dentro io vado esprimendo con segni di lingua e di cultura. Concetto che è stato espresso da ogni grande poeta, a cominciare da Pindaro e da Petrarca per finire con Pascoli, quando parla del “fanciullino”. Persino un filosofo, Benedetto Croce, ha scritto: “Nel filosofo accade il medesimo che nel poeta… non è lui che filosofa, ma Dio o la natura… Anzi, dirò di più, è la cosa che pensa sé stessa in lui”. E la mia esperienza mi ha confermato la stessa cosa: è nella profondità e vastità di conoscenze dell’inconscio che si manifesta la poesia, e si manifesta come ritmo e suono. Si può dire che la poesia sia come un sogno: si esterna qualcosa che non è comprensibile all’ego cosciente: infatti l’esperienza personale ne esce in modo completamente diverso da come la nostra mente l’ha memorizzata. Quindi la poesia è l’espressione più profonda e reale della nostra esperienza vivente.
Certo che occorre cultura e sapienza. Ma come sostengo da tempo sia la tecnica che la consapevolezza ci rendono liberi di ascoltare il nostro inconscio senza esserne travolti. Senza la conoscenza di sé stessi c’è il pericolo di essere travolti.
La poesia è libertà e rivelazione. Ha scritto Petrarca: “La poesia, in quanto vera poesia, è sempre sacra scrittura”. Quella sacra scrittura che anche Loi ha reso tale offrendoci un esempio di cultore e creatore di una parola alta e preziosa.

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