L’OPINIONE – di Bortolo Agliardi, presidente Associazione Artigiani di Brescia e Provincia

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“IL CORONAVIRUS E QUALCHE IDEA AMMALATA AGGIUNTA”

“Come se non bastasse il coronavirus, ed i relativi drammi che hanno toccato migliaia di famiglie; come se non bastasse l’inquietudine diffusa; come se non bastassero i problemi che le industrie e le imprese artigiane, i commercianti, i professionisti, si trovano a dover affrontare per tentare di riavviare le macchine, difendere mercati, mantenere clienti e garantire posti di lavoro…

No, come se tutto questo (e molto altro) non bastasse, le aziende si sono trovate a misurarsi con un problema grave, creato da una disposizione incomprensibile. Ovvero, il rischio di dover rispondere in sede penale nel caso di contagio di un proprio dipendente rientrato al lavoro. La domanda che è balenata subito nella mente di tutti è stata: “ma come è possibile accertare che un lavoratore abbia contratto la malattia in azienda considerato che in fabbrica, ufficio, o negozio ci sta otto ore e le restanti ore della giornata le gestisce in modo del tutto indipendente dal suo lavoro?”. Come è possibile sostenere che lì, proprio lì, vicino al tornio o nello spogliatoio, ha contratto il virus?

Non son domande oziose. Sottintendono preoccupazioni serie, che nascono dopo aver letto con qualche attenzione alcuni passaggi della nuova legislazione di emergenza relativa Covid 19, che parifica l’infezione da coronavirus, se contratta sul posto di lavoro, ad un infortunio sul lavoro. Il mondo associativo si è pesantemente opposto a questa visione e in tal senso l’Inail ha fornito alcuni chiarimenti precisando che l’infortunio sul lavoro da Covid-19 non è collegato alla responsabilità penale e civile del datore di lavoro. Non è marginale precisare che una pratica di questo tipo andrà all’Inail anziché all’Inps (anche se qualche differenza pur resta), ma quel che fa apparire abnorme la cosa (e che preoccupa non poco le aziende) è che si sia instillato anche solo il dubbio e che la vicenda, da amministrativa, possa divenire penale e che molta parte del ragionamento – che affannerà di burocrazia le imprese – è dimostrare il non dolo dell’imprenditore per evitare il contagio pur, udite udite, in presunzione di innocenza.

E qui si aprono le domande sopra esposte: su quali protocolli verranno valutati i comportamenti dei titolari di attività? Come sarà possibile sostenere che il contagio è avvenuto sul luogo di lavoro? Il virus – lo abbiamo imparato tutti – è quanto di più evanescente possa esistere. E badate bene: mi riferisco ad aziende in regola, ad imprese che stanno facendo quel che impone la legge e di più, in materia di sicurezza anti-virus: protocolli, formazione ed informazione, distanze, mascherine, guanti, pulizia e disinfezione. Non mi riferisco certo ad un imprenditore, se esiste, davvero così incosciente da agire fuori dalle regole. Una riflessione in merito al comportamento errato del lavoratore fuori dalla fabbrica non è possibile farla?

Dopo questa importante precisazione, mi pongo di nuovo un paio di domande: come può essere legittimo pensare che un imprenditore provochi la contrazione del virus da parte di un dipendente? Cari imprenditori sapete che vi è il rischio, in tal caso, di una accusa di omicidio colposo?

Come al solito abbiamo dovuto investire tempo per cercare di interpretare dati, denunciare storture, ed assicurare che il rispetto dei protocolli condivisi con le parti sociali e la cultura di prevenzione e protezione sanitaria sono i fattori cardine nell’ambito della prevenzione del Covid 19, per la garanzia di tutti, sia sul lavoro che nella società.

Vorrei anche sottolineare che contrapposizioni sterili non hanno mai generato cambiamenti duraturi. Il mondo imprenditoriale non ha apprezzato in questo particolare momento forme di comunicazione scelte da parte di alcune rappresentanze sindacali, che anche con invio di messaggistica ai loro iscritti e non solo, che ha creato timori ed insicurezze nei lavoratori. Non bisogna creare muro contro muro; bisogna collaborare. Forse non si è ancora compreso che per una impresa i lavoratori oggi sono la forza e non il limite. Questo passaggio culturale pensavo che fosse già stato assunto! Fare impresa in questo momento è ancora più difficile; tuttavia è chiaro che il futuro della nostra società sarà determinato dal principio della collaborazione prestata da tutti, imprenditori, lavoratori, istituzioni, società civile. Diversamente, chiedo ai teorici di parte, burocrati, esperti scienziati, politici, ben pensanti fuori dalle difficili realtà del lavoro concreto di sostituirsi a noi e dimostrarci il nuovo corso, possibilmente mettendo in campo i loro capitali personali, le loro garanzie reali: poi vedremo i risultati, ed impareremo qualcosa di nuovo”.

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