Italia: pesce allevato fattura 288 mln. Brescia leader per caviale

Le tre imprese presenti sul territorio provinciale producono oltre la metà della produzione italiana, poco più di 50 tonnellate/anno

0
123

Prossimo ai 288 milioni di euro. A tanto ammonta il fatturato del mercato del pesce d’allevamento in Italia. Un contributo rilevante arriva dalla filiera del caviale, eccellenza italiana per cui ci distinguiamo in ambito europeo dove esportiamo il 90% della produzione: oltre 50 tonnellate all’anno di cui solo il 10% è destinato al mercato interno e che per più della metà proviene dalla provincia di Brescia.

È questa la fotografia che emerge da un’elaborazione dell’Associazione Piscicoltori Italiani (API), che riunisce più di 300 imprese del settore, e da PerformFish, recente programma di ricerca finanziato dall’Unione Europea.

Brescia e la Lombardia

Nel Bresciano l’acquacoltura vede la presenza in prevalenza di allevamenti di trote e, soprattutto, di storioni. “Si può dire – afferma il direttore di API, Andrea Fabris – che le tre imprese presenti sul territorio provinciale producono oltre la metà della produzione di caviale italiano, una delle eccellenze della nostra acquacoltura e prodotto di cui siamo leader in Unione Europea con oltre 50 tonnellate l’anno”.

Sono invece decine le troticolture presenti sul territorio lombardo, di cui alcune di dimensioni notevoli. Sono specializzate nella produzione di trote sia per il consumo umano che per la pesca sportiva e il ripopolamento dei fiumi anche attraverso l’utilizzo di incubatoi e centri ittiogenici.

 Il consumatore

“La principale informazione che il consumatore cerca al momento dell’acquisto di prodotti ittici – spiega Fabris è l’origine del prodotto. Il made in Italy viene apprezzato sul mercato ed è sempre più marginale la differenza, di gusto e nutrizionale, tra pescato e allevato”.

Una conferma che arriva anche dalla Società di Medicina Veterinaria Preventiva. “La possibilità di controllare tutta la filiera, dalla nascita alla macellazione, di avere sempre sotto controllo la natura delle materie prime utilizzate nei mangimi e tutto il suo ciclo produttivo – sottolinea Valentina Tepedino, medico veterinario specializzata nel settore ittico – fornisce sicuramente delle garanzie preventive dal punto di vista igienico-sanitario rispetto a quelle di un pesce selvaggio. Ciò che manca ancora in Europa – conclude Tepedino – è un capitolato istituzionale affinché il consumatore finale possa identificare in maniera veloce e chiara la qualità della produzione e per il quale siano previsti controlli ufficiali. Una sorta di suddivisione in categorie (A/B/C) che corrispondano a precisi criteri di allevamento. Oggi, per esempio, non esiste una normativa europea (tranne che nel biologico) sulla densità delle vasche. In questo modo i produttori più sostenibili non vengono premiati dal mercato dove a farla da padrone è la lotta dei prezzi”.

 L’aspetto nutrizionale

“Sotto l’aspetto nutrizionale – sottolinea invece Edy Virgili, biologa nutrizionista di Borgo Pilotti Beauty Clinic – si consiglia di mangiare pesce almeno 2-3 volte a settimana, cucinandolo per poco tempo e a bassa temperatura affinché le proprietà nutrizionali non vengano perse. È buona norma preferire i pesci allevati nell’Unione Europea, dove i controlli sono maggiori, perché i grassi omega-3, particolarmente utili per la loro azione antiinfiammatoria e protettiva nei confronti dei problemi cardiovascolari, sul profilo lipidico, sul sistema nervoso e sul sistema immunitario non variano solo in base alla temperatura a cui il pesce viene allevato, ma soprattutto rispetto al tipo di dieta fornita al pesce. Se il pesce è allevato a temperature elevate e con mangimi di bassa qualità sarà composto da acidi grassi polinsaturi, ma del tipo omega-6, con un impatto completamente diverso sulla salute, seppur non del tutto negativi. Sicuramente – conclude la nutrizionista – tra le proteine e i minerali provenienti dalle carni animali quelle del pesce sono da preferire rispetto alle altre”.

La filiera in allevamento

La possibilità dunque di controllare le diete dell’acquacoltura e la natura delle materie prime utilizzate per produrre i mangimi dicono all’API -, ai fini di contenere anche la presenza di micro e nanoplastiche nei pesci allevati destinati alla nostra tavola, è un obiettivo prioritario dell’industria ittica che punta ormai solo alla qualità e alla sostenibilità, piuttosto che alla quantità.

Costituita da alimenti utili all’animale per rimanere in salute, la dieta dei pesci allevati è sicura e sana. I nutrienti di cui si cibano provengono infatti da farine e olii ricavati da fonti sia vegetali sia animali. Tali alimenti sono sottoposti a rigidi controlli (quelli effettuati nel nostro Paese sono tra i più rigorosi al mondo) e, grazie alla tracciabilità, in qualsiasi momento si può verificare che cosa hanno mangiato i pesci allevati. A influenzare la salubrità di questi pesci è un insieme di fattori che comprende, oltre all’alimentazione, anche la qualità dell’acqua e la gestione dell’allevamento, che devono sottostare a rigide normative. In acquacoltura l’uso degli antibiotici è molto ridotto, controllato, limitato e mirato soltanto per la terapia di una specifica malattia.

L’Associazione

Costituitasi nel 1964, l’API, che riunisce oltre 300 imprese del settore, ha l’obiettivo di tutelare, sviluppare e consolidare tutte le attività di allevamento ittico sia in acqua interne sia in acque marine salmastre e si sta aprendo anche ad altre forme di acquacoltura.

Ha stimato di recente che in Italia la quantità di pesce allevato è equiparabile a quella del pescato, ma viene importato ancora il 75% dei prodotti ittici. Gli allevatori del nostro Paese vendono spigole e orate quasi solo sul mercato interno, mentre un terzo delle trote è destinato all’estero e, in Austria e in Germania, sono vendute anche vive. Il caviale allevato, invece, è esportato per circa il 90% della sua produzione.

Comunicato stampa

- pubblicità -