Donne, violenza domestica: in Lombardia crescono denunce

Lo scorso anno nelle 49 strutture attive in Regione si sono presentate in 5.892 rispetto alle 5.244 del 2016 e alle 4.317 del 2015

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E’ on-line, sul portale di Regione Lombardia, il terzo rapporto sulle vittime di violenza domestica che nel 2017 si sono rivolte alle 49 strutture attive in Regione Lombardia. Si tratta di 5.892 donne (contro le 5.244 del 2016 e le 4.317 del 2015) alle quali vanno aggiunte coloro che si sono rivolte al Soccorso violenza sessuale e domestica della clinica Mangiagalli (Svsed) di Milano, che ha raccolto a parte anche i casi di violenza sessuale a opera di sconosciuti o di persone esterne alla rete familiare: 288 vittime, un numero molto sopra la media dei centri, al quale è stata riservata un’analisi separata.

L’autore è spesso il partner

In quasi i due terzi dei casi (il 64,1%) l’autore della violenza domestica è il partner (coniuge, convivente o fidanzato) e nel 27% l’ex partner. Se per le violenze da estranei (Centro antiviolenza Svsed) il 39,9% dei maltrattanti è causato da sconosciuti, nel 33% l’autore è una persona nota e appartenente alla cerchia delle amicizie (amico famiglia, conoscente, amico, collega, datore di lavoro). Più di un quarto delle donne (il 25,7%) invece non indica l’autore della violenza.

Caratteristiche socio-anagrafiche

Le caratteristiche socio-anagrafiche delle donne prese in carico nel 2017 sono coerenti con le rilevazioni passate e le indagini dell’Istat. Emerge tuttavia una significativa differenza tra le donne vittima di violenza domestica e le vittime di estranei. Nel primo caso si tratta di italiane (61,5%), quasi tutte adulte (90% con piu’ di 25 anni), coniugate o conviventi (52%), con figli/figlie (il 61% ha almeno un figlio/figlia minorenne). Le donne vittime di violenza sessuale da parte di estranei sono nella maggioranza dei casi giovani (il 54,1% hanno meno di 25 anni), in larga parte nubili (81,6%) e senza figli (80,7%). Solo il 54,6% di loro e’ italiana, il 45% e’ straniera, sia Ue (12%) che extra-Ue (33,6%).

La condizione socio-economica

La possibilità delle donne di essere economicamente autonome rispetto al partner o alla famiglia di origine è considerata cruciale per sostenere il percorso di uscita dalla violenza. Per questo i centri pongono particolare attenzione alla loro condizione lavorativa ed economica. Quasi la metà delle donne (il 48,5%) non ha un proprio reddito da lavoro, perchè disoccupate (30,2%) o casalinghe/inattive (5,9%) o studentesse (9,4%). La percentuale di occupate è ancora inferiore tra le donne vittime di violenza sessuale da estranei: sono per lo più studentesse (37,3%) e occupate solo nel 30,5% dei casi, rispetto al 54,9% di quelle vittime da violenza domestica.

I pochi dati disponibili sul reddito annuo delle donne prese in carico confermano la scarsa o inesistente autonomia economica. Il 40,6% non ha un proprio reddito da lavoro e solo il 4,3% dichiara un’entrata superiore ai 25 mila euro l’anno. Tra quelle registrate extra-sistema, più giovani e meno occupate, la quota di quante non hanno reddito raggiunge il 91%.

Come si sono attivate e che cosa cercano

La gran parte di quante si sono rivolte ai centri (il 77,1%) ha preso contatto tramite telefono o sms, nel 14,9% dei casi sono andate direttamente in sede. Solo il 6,4% di loro e’ arrivata attraverso altri servizi territoriali, dalla rete familiare e/o amicale. Il primo contatto mira ad ottenere informazioni generiche (56%) o legali (nel 36%). Più della metà di esse (54,5%) chiedono di essere ascoltate, il 19,6% chiede sostegno psicologico, segno della solitudine di cui soffrono.

Il 71% delle donne vittime di violenza sessuale da parte di estranei si è recata direttamente invece al pronto soccorso della Clinica Mangiagalli per le prime cure mediche, nella quasi totalità dei casi (il 92%) la loro richiesta è di assistenza sanitaria.

Qualcuna si ferma al contatto iniziale

Non tutte le donne che contattano i centri, infatti, attivano un percorso completo di uscita dalla violenza. I dati indicano percorsi non lineari, spesso frammentati e intermittenti: alcune si fermano al contatto iniziale, altre partecipano a colloqui di accoglienza o di ascolto telefonico, volti a individuare i bisogni e il percorso più adatto per uscire dalla violenza, ma alcune ancora li abbandonano o li sospendono.

I dati completi della ricerca sono consultabili qui

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